Il Counseling

Di cosa parliamo quando lo chiamiamo Counseling?

Dalla parola alla prassi

Mi piacerebbe fare una disamina di che cosa s’intenda e quanto stia dietro alla parola Counseling ma sarebbe una faccenda lunga e noiosa che a trattarla a dovere prenderebbe un libro solo per quello e quindi ci porterebbe fuori dal seminato.
E poi, siamo onesti, non mi piacerebbe affatto! Anzi, lo troverei una questione di lana caprina da buro-cattedrattici.
Sappiate soltanto che in proposito c’è molto disaccordo e, come il più delle volte accade, questo è più legato agli interessi di parte che a vere e proprie questioni disciplinari.

In casi come questi — ve ne sarete già accorti, ma ve ne renderete conto ancora a lungo — la mia opzione preferita è “tagliare corto” e quindi, “ragionando da costruttivista”, si fissano i parametri, si costruisce un modello, si dichiarano entrambi e ci si muove in modo coerente.

Esattamente come la parola “terapia” sarebbe sfuggente anche se non impropria se non venisse declinata con la sua modalità, quantomeno quando si parli di “psicoterapia” (ai suoi utilizzi dedicherò un capitolo a parte), anche quando si parla di counseling non si dice un gran che. Alcuni distinguono nettamente il counseling dal termine italiano di “consulenza”, però non mi sembra del tutto corretto. La consulenza di un avvocato, ad esempio, potrebbe correttamente essere definita “counseling” solo a patto di parlare di “counseling giuridico”; stesso discorso per il “counseling filosofico”. Insomma, proprio come parlare di “terapia psicologica” è diverso dal parlare di “terapia” e basta, anche definire un’attività come “counseling psicologico” è diverso che parlare solo di “counseling”.

Nella storia di questo utilizzo ci sono almeno due approcci differenti che si rifanno soprattutto al periodo del secondo conflitto mondiale, quando esistevano più necessità di aiutare le persone che operatori e risorse per farlo. Nacquero figure preparate per fare fronte a questi bisogni che potremmo qui definire “assistenti all’aiuto” o “assistenti counselor” in grado di aiutare grandi numeri di madri, orfani, invalidi, coppie in crisi e così via, che non avevano risorse per ricorrere a costosi specialisti oppure i cui problemi non ricadevano comunque nelle condizioni per cui fosse indicata una terapia. In Italia questa parola venne conosciuta dopo la sensibilizzazione alle problematiche del divorzio, delle gravidanze indesiderate, a crisi familiari e casi annessi per cui si istituirono dei centri definiti “Consultori Familiari” il cui destino fu altalenante. Ai nostri giorni il termine è stato recuperato, spesso con scarsa chiarezza, per professioni non ordinistiche i cui contorni sono ancora tutt’altro che netti che spaziano dalla naturopatia all’aiuto psicosociale. Questo fatto ha irritato molti professionisti e ordini che chiedono degli interventi per escludere il ricorso a una tale attività quando si sovrapponeva alle competenze previste per altri ambiti. Eppure, quando si lasciava che l’erborista desse dei consigli sulla cura ai suoi clienti senza essere un medico, oppure quando dei formatori insegnano in azienda questioni di comunicazione, ruolo, gestione dell’aggressività senza essere psicologi anche se per questo nessuno ha mai bandito quegli erboristi o quei formatori — probabilmente perché quelli non sono vasi di coccio come i counselor, nessuno si scandalizzava come per questo esercizio scomodo. Che cosa fa sì che un sacerdote non possa dare consigli relazionali o di gestione delle emozioni ai suoi parrocchiani perché nel farlo eserciterebbe competenze per cui non ha una specifica laurea e annessa specializzazione o che non possa farlo un padre con il proprio figlio? La remunerazione? Sarebbe abbastanza ridicolo.

Non voglio proseguire su questi aspetti per i quali lascio che siano i fatti a decidere. In particolare, che siano i clienti, ovverosia ognuno di noi, ad esercitare la propria libertà di scelta nella cura e nella salute. Una questione politica quantomai attuale sulla quale ognuno farà le sue scelte. La mia è semplice: non voglio che nessuno mi costringa ad agire nei confronti della mia salute diversamente da come intendo fare. Questo dovrebbe bastare. Dopo sceglieremo con quali mezzi questo diritto andrà difeso.

Counseling come alternativa

Lasciate alle spalle le questioni uggiose, mi piace parlare del Counseling Psicologico nella sua accezione più nobile, al di là di chi lo professa.
Negli elenchi deontologici della professione psicologica il counseling viene classificato come un’attività minore fra quelle esercitate da uno psicologo, tanto che, mentre per l’attività psicoterapeutica viene richiesto un lungo e costoso percorso formativo specifico per ogni tipo di approccio, l’attività di counseling può essere esercitata da chiunque dotato di una laurea in psicologia. A questo punto, siamo sicuri che questi counselor siano effettivamente in grado di aiutare il prossimo? Che sappiano farlo in sicurezza, ovvero senza fare neppure male a se stesso? Pensiamo forse che, per il solo fatto di non avere a che fare con delle patologie il counseling psicologico sia meno impegnativo o difficile?
Questo atteggiamento è veramente triste, oltre che poco professionale!

Il punto è che l’intervento di Counseling fa riferimento ad un ben preciso approccio psicologico, uno dei pochi e forse il più rilevante che non faccia riferimento né alla patologia né alla terapia per giustificare il proprio operato. Più che mai aderente all’atteggiamento più nobile della psicologia, ovvero quello che, invece di considerare le persone “normali” come “malati” per potere avviare un percorso di aiuto o cambiamento, preferisce — per quanto possibile (!!!) — vedere anche nelle persone che i medici considerano affetti da patologie degli individui comuni con difficoltà ad evolvere o anche solo a liberarsi da schemi di comportamento disfunzionali.

Sono molti gli autori che hanno nobilitato il counseling in anni in cui chi non riportava tutto a patologia e terapia non veniva preso in considerazione e, dopo i primi anni caratterizzati dall’impronta di molti psicologi umanisti fra i quali vale la pena citare quanto meno Rollo May, Abraham Maslow e soprattutto Carl Rogers e E.H. Schein, molte discipline di cambiamento attribuite genericamente allo sviluppo personale e non solo possono essere ricondotte a sviluppi della relazione di counseling.

Al di là delle differenze tecniche e teoriche, quando parliamo di Counseling facciamo riferimento ad un tripode costituito da:

  • Centralità dell’ascolto
  • Obiettivo di aiuto
  • Orientamento all’adattamento (cambiamento ed assimilazione) evolutivo condiviso basato sul rispetto del sistema di valori del cliente (non “paziente”, ma “cliente”!) e non su riferimenti normativo-diagnostici.

Va chiarito anche che il presupposto della condivisione comporta anche l’indipendenza del counselor dal contratto di counseling e la possibilità di uscire dal rapporto laddove incompatibile con le proprie inclinazioni valoriali o comunicative (ma questo sarà oggetto di altre parti).

Soprattutto l’ultimo punto è fondamentale in quanto definisce chi, medico, psicologo, filosofo o quasivoglia specialista si occupi di counseling, non può essere tale se non mette al centro del processo il sistema cliente e non le proprie teorie e men che meno un modello di normalità.

Indicare al cliente che cosa è giusto fare o non fare o imprigionarlo in una gabbia diagnostica è incompatibile con l’attività di counselor.

Almeno non per quella che viene presentata qui.

Detto questo, passeremo a prendere in considerazione, uno alla volta, ogni singolo polo del tripode del counseling.

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