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Lo facevo da ragazzo, almeno fin dalle scuole medie, sulle agende ben rilegate recuperate da banche o aziende che davano l’impressione di avere per le mani il libro che stavi scrivendo, e oggi attraverso un’app di diario sui blog in Internet che ti danno l’idea che il mondo e la storia intera leggeranno anche se sai che non è affatto così, né vorresti che lo fosse.

Tenere un diario indifferente al fatto che abbia lettori, te compreso, è essere maestro di te stesso. Ti insegni mentre scegli le parole con attenzione. Si crea un "accoppiamento strutturale", avrebbero potuto scrivere Maturana e Varela, fra la tua necessità espressiva e le tue guide su altri piani, a seconda delle tue credenze o rappresentazioni, angeli, santi, spiriti guida, inconscio…

Da ragazzo iniziavo e poi smettevo subito: oggi ho molto più tempo per stare con me stesso, per non perdere gli ultimi anni concessi ad approfondire la conoscenza reciproca fra lo sconosciuto amico che mi abita e l’incompreso amico che mi ospita, nonché l’intera galassia di parti e soggetti che compone l’una e l’altra semplificazione o generalizzazione.

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