Procrastinare l’urgenza

È più frequente di quanto si pensi l’esternazione di urgenza che non va assecondata. Molti possono pensare che questa considerazione sia cinica o quantomeno opportunista; potrebbe anche esserlo e non me ne vergognerei, ma in ogni caso non è così.
Le telecomunicazioni, molto prima di Internet, anche solo con il telefono fisso, il bigrigio o quello nero a muro, hanno modificato e troppo l’autonomia delle persone. Essere vicini uno all’altro nelle grandi città ha finito per cancellare della vita di campagna, non solo la solitudine, ma con essa anche la vicinanza, la solidarietà del vicinato collaborativo.
Oggi, appena hai qualcosa devi chiamare qualcuno; anzi, appena hai un pensiero, un momento di lieve ansia, un vuoto dalle attività, un attimo di attesa davanti alla scuola di tuo figlio, mentre porti a passeggio il cane, quando sei in coda in auto devi trovare a tutti i costi qualcuno con cui parlare.
La cosa migliore da fare in questi casi è quella di non rispondere al chiamante e di richiamarlo qualche ora, a volte anche solo qualche decina di minuti dopo. Probabilmente il vostro interlocutore in preda all’incontenibile urgenza non potrà più parlare con voi, non risponderà o vi dirà “scusa ma ti richiamo io dopo” (e sarà bene ripetere la cosa). Molti penseranno: “E se per caso era davvero importante?”. State tranquilli: le cose urgenti possono essere dette anche alla segreteria telefonica, per SMS, Whatsapp… e possibilmente non con un “Ho bisogno di parlarti” che replicherebbe soltanto l’insistenza della chiamata, ma con “Ho dimenticato le chiavi in casa?”, ad esempio. Se è urgente tutti trovano un modo per dirlo e se fosse urgentissimo, questione di vita o di morte, beh per quello probabilmente non saresti tu la persona indicata ad intervenire.
Se sei una persona che per professione fornisce aiuto questo dovrebbe esserti ancora più chiaro. Esistono molti modi per procrastinare l’intervento senza lasciare nel panico chi lo richiede e se ci pensi un attimo sai perfettamente come fare e anche come capire senza assecondare l’ansia se si tratta o meno di una situazione disperata.
Non sostituirsi nella situazione di aiuto vuol dire non farlo immediatamente e non esserci subito lo si fa comunicando all’interlocutore la fiducia che è abbastanza forte da far fronte da solo all’urgenza. Questo non significa affatto che saprà cavarsela in tutto e per tutto da solo, ma semplicemente che non deve gettare benzina sulla fiamma dell’agitazione, dell’ansia, di certa disperazione. Spesso non lo si fa per sentirsi indispensabili, dei piccoli supereroi Marvel, ma in questo modo si crea nell’altro una dipendenza, lo si confina nel ruolo della vittima parassita, dell’impotente e dell’incapace.
Non di rado capita che amici di diverso tipo mi cerchino per un problema e subito dopo o, più frequentemente, dopo una breve procrastinazione mi dicano “Anche questa volta è bastato chiamarti perché si risolvesse la situazione”. Naturalmente non sono io ad avere super poteri, ma loro a sapere accedere ai propri. Con il tempo hanno appreso ad avere fiducia in se stessi e nelle proprie capacità e il più delle volte funziona: chiamare serve loro soltanto a ricordarlo, ad interrompere gli automatismi della non-autosufficienza, di quel bisogno di un qualcuno che ti consola e a cui sollevare migliaia di eccezioni per dimostrare la totale irrisolvibilità del proprio problema. Nell’agitarsi mentre quell’altro a cui hai chiesto aiuto per sciogliere i nodi ti ingarbugli sempre di più finendo per legare anche lui alla tua matassa.
Ricordo di aver letto che quando era ancora monaco apprendista il maestro zen Jōshū Jūshin (Zhàozhōu) si arrampicò in un punto inaccessibile da cui era quasi impossibile discendere per sfidare le capacità del suo maestro di allora. Quando lo vide arrivare cominciò a gridare disperato perché quello lo aiutasse. Quando il maestro vide la situazione si fermò e con calma prese a contare finché Jōshū, esaurito il fiato, a grande fatica e sfidando il pericolo non riuscì a scendere e, una volta a terra, onorò il maestro riconoscendo che gli aveva salvato la vita. Le rare volte che racconto questo aneddoto la maggior parte delle persone aspetta come se dovesse arrivare un finale migliore, una morale più evidente. Questa è troppo banale. Che vuol dire? Che razza di storia è?…

«…cinque… sei… sette… otto… nove…»
😉

Powered by Journey Diary.