La storia di me

La storia di me

Un tempo, quando non usavano ancora gli smartphone con l’asta, i turisti orientali erano celebri perché facevano le loro vacanze zippate portando con se bazooka fotografici con cui scattavano autentiche vagonate di foto. L’italiano medio che al tempo a malapena usava le Kodak Instamatic ma per lo più passava il tempo ad abbronzarsi pigramente con letture impegnate, dalla Gazzetta dello Sport a Novella 2000, si chiedeva perché mai lo facessero e perché invece non si godessero il panorama riposandosi pigramente. A lui apparivano come degli autentici travet delle località turistiche. Il fatto è che avevano poco tempo per percorrere il maggior numero di località e, con il manuale delle istruzioni geografiche sottobraccio, dovevano incamerare il più possibile. È vero, era estenuante il viaggio, ma la vacanza vera e propria cominciava poi quando arrivavano nelle boom-town patinate. A casa avrebbero potuto ripercorrere con calma tutti i luoghi visitati, comodamente distesi nelle sdraio dell’alloggio, soffermandosi su moltitudini di dettagli come solo un orientale può essere in grado di fare.
Un ciclista solitario può avere affinato fino all’ossessione il proprio piano di percorso, acquistato la migliore bicicletta e l’abbigliamento più adeguato, studiato tutti i dettagli delle strade, perfezionato allenamento, riscaldamento e dieta; poi infine si è lanciato nella sua corsa, ha attraversato difficoltà e imprevisti ed infine è arrivato alla fine e ha preso il tempo che gli è servito.
Ecco. Ora ha fatto tutto. È vero che c’è il ritorno che forse rappresenta la parte meno soddisfacente, però in questo momento è lì, fermo, seduto sulla pietra accanto alla lapide dedicata a Coppi davanti alla Casse Déserte. Che cosa fa? Finalmente il silenzio! Finalmente la calma. Finalmente il vuoto mentale. Riavvolge il nastro. Ripercorre tutto quello che c’è stato prima di arrivare lì. Non c’è nulla da modificare, almeno adesso. Poi ci penserà. Tornando a valle ripercorrerà ogni curva e ogni rettilineo verificando che cosa è successo e che cosa avrebbe potuto succedere e nelle pause durante le ore lavorative o nel fine settimana lavorerà ancora sui dettagli, ma non è questo il momento per farlo. Ora tace, guarda lontano, sorseggia dalla sua borraccia mentre pacatamente la strada fatta corre davanti ai suoi occhi, proprio come il film che aveva girato per tutto quel tempo.
Durante tutta la vita ci hanno insegnato che quello che facevi era "per" qualcosa. Per il tuo futuro, per il tuo prossimo, per la carriera, per il paradiso, per fare del bene, per farti i tuoi interessi, per rimanere nella storia, per i tuoi pronipoti. E tu hai corso e hai corso, hai scattato foto e ne hai accumulate un’infinità. Per il momento non c’è più un dopo e soprattutto non sai chi sarai in quel dopo: di certo non più quel viaggio che è la tua identità e che alla fin fine si identifica con la tua storia. Non con il capitale, materiale o spirituale che sia, accumulato e fatto fruttare, ma semplicemente con quella storia. Rossella O’Hara si guarda indietro e scruta tutte le follie fatte fino ad allora, tutti i valori, le norme, le volontà… Il suo uomo se n’è andato infischiandosene e questo nei suoi presuntuosi presupposti non sarebbe dovuto accadere. Tuttavia è accaduto: è tutto accaduto. Lo sguardo si perde lontano ma non regge tutto il peso della percezione della trama (le 3 ore e 58 minuti del film, pressoché insopportabili per lo spettatore non dovevano sembrare nulla rispetto alle assurdità vissute). Era tutto successo così vorticosamente fino ad allora che non se n’erano neanche resi conto, ma ora con lo sfondo di quel tramonto infuocato arrivava la fatica di tutta quella massa infinita di eventi e lei non ce la fa; distoglie lo sguardo da ogni ricapitolazione e capitolazione e rifiuta di fermarsi: c’è Tara, la sua terra a cui pensare e lei la salva dal ritrovare quel peso.
La nostra identità è una storia, un racconto di milioni di pagine. Se ne apri una a caso potrai riassumerla tutta in poche parole, ma appena la apri da un’altra pagina il riassunto sarà sempre scarno ma di tutt’altro contenuto. Quindi milioni di pagine uguale milioni di riassunti, scarni, simili ma ognuno rivolto a una visione diversa.
Ennio non esiste: è solo la sua storia. Quando Ennio non ci sarà più rimarranno alcuni dei milioni di riassunti della storia ognuno diverso dall’altro sebbene tutti concordi di aver visto lo stesso film. L’anima o lo spirito - su questo dettaglio devo essere alquanto vago - andrà avanti e presto dimenticherà questa storia e con essa Ennio ben prima dei diversi riassunti rimasti sulla terra.
Quindi Ennio capisce che non c’è nessun "per" rivolto ad altro fine che non tessere una trama in forma randomica (una randonnée casuale) l’hai fatto per fare e perché non era ancora ora di morire. Ennio si ferma e guarda la sua trama: bella o brutta che sia è stata fatta con la sua complicità. Non è "da capire", non è stata fatta per una morale o per esportare un apprendimento in termini intellettuali - anche l’intelletto fa parte del trascorso. E allora perché? Perché leggi un libro? Perché guardi un film, ascolti un concerto, riguardi un quadro, specie quando li hai fatti tu? Perché questa sarà l’ultima volta che lo fai. Poi ti avrà stancato e non lo farai più. C’è altro a cui dedicarsi. Però ora che lo contempli in tutta la sua interezza è assoluto. Non c’è giudizio, quel che è fatto è fatto, è lì completa un figlio che appena nato è pronto a lasciarti e tu a lasciare lui. In questo momento la gioia e il dolore si toccano in uno spasimo estremo, ma anche nella pace più distesa e infinita dell’orizzonte stesso. È avvenuto. Me ne porto dietro il sapore. Un sapore di contemplazione e di nulla. Non esiste più alcun "per". Non c’è più bisogno di me. Non c’è più bisogno di nulla.
( Image: https://goo.gl/gTx9Av)

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