La medicina delle informazioni

Quando trentacinque anni fa, circa, scrissi un articolo per la rivista di Alessandro Meluzzi Essere Secondo Natura in cui mostravo la similitudine fra le tecniche paradossali della psicoterapia sistemica con il metodo su cui si basa l’omeopatia ero troppo giovane per esprimere quello che intendevo senza sentirmi in dovere di tirare in ballo mille teorie e ricerche al punto da rendere quel testo confuso e illeggibile.

Oggi, tra teorie dei campi e abuso dei quanti, abbiamo più teorie che esperienze. Teorie che valgono ben poco in quanto quasi mai generano pratiche, mirando per lo più a trovare una giustificazione aulica ad effetti conclamati ma senza l’agognato bollino della comunità scientifica.

Per quello che va detto possono bastare poche parole.

Le informazioni producono trasformazioni. Queste possono tradursi in comportamenti come pure in effetti somatici. Nel caso in cui queste trasformazioni si verificano in caso di malessere percepito nel corpo come pure nelle emozioni o nel ragionamento possiamo parlare di un intervento terapeutico. Nello stesso modo, gli strumenti per comunicare informazioni trasformative possono essere di natura comunicativa, comportamentale, come pure energetica o materiale. Quello che cambia è sostanzialmente la strategia e il processo utilizzato da chi opera con questi strumenti sulla base di quanto e quali sono quello che si conoscono.

Per troppo tempo si è lavorato con logiche e conoscenze basate sulla quantità: sia sotto il profilo della materia (il dosaggio del principio attivo), sia come energia (l’erogazione di frequenze o il numero di ripetizioni).

Quello che va detto è che:

L’informazione non è materia e non è energia: è informazione e basta e non richiede di essere ricondotta ad altra natura. Al massimo potremmo dire che l’informazione è coscienza (per altri schemi cognitivi si direbbe spirito).

Personalmente preferirei evitare la questione delle appartenenze, ma temo che non verrebbe accettato. La fisica più avanzata sta andando oltre queste distinzioni obsolete, ma alla fine anche a questi scienziati tocca ritornare a esprimersi in questi termini.

Il fatto che non esista “l’informatone” ovverosia l’unità quantificabile dell’informazione in quanto questa è di natura qualitativa e non quantitativa (il cui correlato in questo caso potrebbe essere il bit, il byte o altre unità di misura oggettuali, in questo caso chiaramente riducibili in materia o energia), non significa che non esista.

In ambito genetico la teoria del meme, ancorché perlopiù nient’altro che descrittiva, ha fatto da apripista al cambiamento epistemologico indispensabile per accedere allo studio di una dimensione alternativa ulteriore a quelle finora consolidate di materia ed energia.

L’informazione è il sapere del “come” invece che quella del “cosa”. Il come è descrivibile ma non quantificabile, in quanto la somma delle parole utilizzate non definisce in nessun modo la comunicazione. Questa si esprime nel rapporto esistente tra:

  1. Messaggio
  2. Relazione
  3. Codice

e fra

a. Spiegazione / Diagnosi
b. Apparato significante (teoria, universo simbolico)
b. Strategia (piano operativo, risorse-vincoli)
4. Sistema di riferimento / ecosistema
5. Previsione / Effetto atteso

Ebbene, l’omeopatia proprio come l’ipnosi o le terapie sistemiche e molte altre pratiche su cui non mi soffermo, non ha a che fare con aspetti massivi, ovverosia di quantità oggettuale, materiale tanto cara alle professioni tradizionali, ma nemmeno con quelli energetici sottili cui fanno ricorso – a torto o a ragione – gli scienziati “divergenti”. Si tratta di un metodo basato sulla risonanza, esattamente come quella che avviene fra due diapason quando le frequenze siano prossime fra di loro.

Il problema di spiegare in termini di scienza tradizionale o non come funzionano l’omeopatia o altre pratiche è un bisogno legittimo di chi si occupa di scienza, ma non di chi si occupa di omeopatia.

Certo, sia omeopati che sistemici hanno la necessità di schemi di riferimento, ma il loro sapere non si riferisce alla cosa in sé, alla realtà o alla verità, ma a dei riferimenti teoretici più attuali di tipo situazionale: modelli e pattern.

Dovere giustificare le tecniche e i metodi dell’informazione in chiave di energia e materia fa perdere la dovuta concentrazione e impegno al corretto approccio epistemologico di una ricerca che deve fare riferimento ad uno schema di spiegazione basato sulla coerenza interna di legittimazione euristica.

Ahimè, so che a questo punto ho già perso quasi tutti i miei già scarsi lettori, ma, per fare un esempio, va ricordato che non si somministra arnica “contro i traumi” ma quando è il contatto a produrre sofferenza, così come aconitum non è “il rimedio contro la febbre, ma l’informazione necessaria per fare percepire “in modo subliminale” all’ecosistema-paziente lo stato glaciale di perdita di energia in cui versa.

Qualcosa del genere si fa anche in psicoterapia. Da un punto di vista cognitivo la situazione il più delle volte è nota al destinatario; ma non al corpo, non al sistema che genera il disagio, non all’inconscio. E soprattutto non viene trasmesso con il codice riconosciuto dal corpo, dalle emozioni, dall’inconscio. Sia nell’una che nell’altra un’importante efficacia è costituita dalla reazione ad un necessario peggioramento funzionale iniziale.

Per trasmettere l’informazione di cambiamento occorre che il sistema inconscio percepisca una proiezione del peggioramento, un messaggio sul trend patologico che interrompa il ciclo di adattamento alle condizioni penalizzanti caratteristico della cronicità. La reazione a questo messaggio è indicativa del fatto se sia possibile una reale ristrutturazione risolutiva (il cambiamento, la rottura dello stallo – non il trauma, ma il loop – che costituisce il fondamento della cronicità, l’ostacolo al processo evolutivo) o se l’unica risorsa sia quella che Hahnemann chiamava la cura “palliativa”, ovvero la riduzione della sofferenza in assenza di possibilità di trasformazione.

Simboli di Körbler

I simboli fondamentali della Nuova Omeopatia di Erich Körbler

Infine, perché mai questo non potrebbe avvenire attraverso l’utilizzo di schemi o simboli, come quelli della Nuova Omeopatia di Körbler anche se imputati ad un’origine radionica (e pertanto “energetica”)?

La vera difficoltà nell’utilizzo dei simboli non è la spiegazione del “perché” questi funzionino, ma piuttosto è il come vadano usati che presenta ancora molte lacune.

Quando ci potrà concentrare su questi aspetti nella massima libertà si potrà anche ragionare su delle serie teorie e pratiche di un sapere trasformativo basato su modelli sostanziali, energetici e relazionali dell’informazione.

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