Il leader olistico

Joseph Schumpeter

I manager hanno i giorni contati.

Se non proprio i giorni, quanto meno gli anni.

Le ragioni sono poche ma radicali:

  1. Se non fosse così sarebbero le imprese e l’economia più in generale ad averli.
  2. Con così tanti manager in circolazione non ci sarà più in giro la competenza che serve per fare le attività.
  3. Se quelli inevitabili verranno pagati sempre meno a fronte di crescenti responsabilità e carico di lavoro, con una prospettiva di impellente turnover prima o poi anche l’ambizione lascerà il posto al disincanto.
  4. L’intelligenza collettiva nelle imprese e nelle reti di imprese sarà più manageriale di loro.
  5. Le scelte, da un lato sono sempre più soggette a dei monopoli internazionali decisamente ristretti ai minimi termini, dall’altro si fanno sempre più obbligate dall’ambiente socio-naturale da renderli dei meri esecutori.

Quella che invece va facendosi strada è un’altra figura: quella del leader non-manageriale, l’influencer.

Nel passato si consideravano veri leader coloro che occupavano posizioni di potere, ma l’avanzata delle organizzazioni olistiche e delle imprese social-based stanno modificando questo concetto.

Quello che non cambia è la legge di Pareto, quella nota anche come 80% 20%. Le organizzazioni olistiche social-based non devono essere viste come realtà plebiscitarie.

Il potere è banale, si sa.

È altrettanto banale il potere dei manager basato sul principio napoleonico del “Dio me l’ha data, guai a chi la tocca!” (riferito alla consegna della Corona ferrea, il 26 maggio 1805), quanto lo è quello delle masse (o “del proletariato al potere”). Nessuno dei due è abbastanza intelligente ed entrambi procedono per imitazione dei luoghi comuni: prevaricazione, egoismo, voracità, ingordigia, moda, eccetera.

Tra le due curve di stadio, spesso in duetto armonico fra loro (“Odio Berlusconi perché vorrei essere io Berlusconi e quindi se un Berlusconi non ci dovesse essere starei peggio perché non potrei mai esserlo io”) esiste una terza e più complessa figura: quella del leader. Un tipo nuovo di leader: il social-influencer che preferisco definire holistic leader.

Intanto leader olistico non si impara a diventarlo: si viene adottati. Poi la cosa non va confusa con il grande successo: non è quello che vende più dischi ad essere leader, ma quello che porta molti musicisti mainstream ad usare i suoi codici, spesso diversi solo di pochi ma determinanti dettagli. Alcuni di questi possono ricevere più successo di quanto aspirassero ad averne, ma la stragrande maggioranza di loro sono sconosciuti e comunque meno interessati all’enorme successo di quanto non si affermi. Si pensi, ad esempio, a Michael Jackson: un bambino diventato cinquantenne senza avere avuto mai una vita propria e libera, un essere che non ha mai vissuto se non nella musica e che è sempre stato usato dalle masse del pettegolezzo e dagli squali delle industrie e della finanza. Siamo sicuri che siano questi i modelli di vita che vorremmo imitare? O forse non preferiremmo essere un Quincy Jones che, per quanto avesse una grande fama fra i meno inesperti, sono molto pochi a sapere l’influenza che ha avuto su diversi artisti a partire dall’album-primato Thriller firmato da Michael Jackson?
E ho usato due esempi clamorosi che potessero essere noti ai più, ma sono un’infinità quelli che potremmo citare, da Doug Engelbarth a Joni Ive, da Pierre Jannet a Mesmer…

Le caratteristiche del futuro leader olistico sono tutte da individuare, tuttavia possiamo già indicarne alcune.

  1. Quasi anonimo. Piuttosto schivo e poco interessato al riconoscimento da parte del top management come della grande massa, si affida alla rete ristretta delle persone che stima spesso con sentimenti prossimi all’affetto, aspettandosi che loro abbiano altre reti di legami non strettamente dipendenti dalla propria persona. Nondimeno, ricorderà bene che anche gli amici cambiano, impazziscono, tradiscono, si innamorano della donna o dell’uomo sbagliati, fanno cattivi investimenti, hanno paura… e tutto questo capita anche all’estraneo che abitiamo in noi stessi. Dà il massimo valore possibile alla maieutica e all’apprendimento, ma quando occorre sa dire di “no e basta”, almeno per quanto riguarda la propria persona e i valori a lui cari.
  2. Ego-free. Consapevole della provvisorietà di ogni cosa, non si aspetta niente indietro perché sa che non arriverà o quantomeno non sarà mai all’altezza della soddisfazione che potrà ricevere da se stesso. Per questo, non tralascia la qualità della sua vita personale, il rispetto della propria privacy, la vicinanza alla famiglia, il tempo per le vacanze e soprattutto quello per il silenzio, sa staccare la spina quando serve e non consente a nessuna impellenza di interromperlo, fa suo il motto “Tutti siamo utili, nessuno è indispensabile”, delega non per generosità ma perché ha altro da fare specialmente al di fuori di lì, sa che i pensieri non arrivano da lui visto che è un’antenna, sa stupirsi e si dimentica delle proprie idee come proprie, anzi, quasi demenzialmente si stupisce di quello che sente anche se l’aveva detto lui anni fa in modo tale da poterne cogliere qualche risvolto aggiornato che gli sarebbe sfuggito, e così via…
  3. Ecologico. Sa mescolare una logica lineare per praticità, privilegiando sempre quella circolare, quella ecologica fondata sull’effetto di ritorno, il feedback, consapevole che la scelta giusta può generare effetti indesiderati da un’altra parte. In quello che fa pensa al “tutto” che è sempre maggiore della somma delle parti. Per questo, non mira ad un’azione totale, ma all’effetto valanga o frana, scegliendo con cura il sasso giusto, la pietra giusta nel punto migliore perché il resto venga da sé e non da una serie di azioni. Poi accudisce e accompagna il processo che si origina, arginando la frana o guidandola quando prenda direzioni indesiderate, anche questo quando sia possibile, non in prima persona, ma attraverso l’influenzamento.
  4. Non disdegna l’automazione soprattutto per le attività non strategiche o che non hanno valore per la crescita delle persone, tuttavia è consapevole che la strategia migliore non consiste nell’automatizzare le procedure, ma nell’eliminarle il più possibile, soprattutto quando comportano che le persone tendano a dare loro valore, a trovare un senso al proprio lavoro occupandosi di loro o, peggio ancora, quando per far “rendere” le procedure si impegnano le persone ad essere le macchine, i terminali stupidi, dei protocolli; quando fanno perdere ad amici e colleghi il senso del valore della cura, quella cantata da Battiato che si applica non solo alle persone, ma al sistema stesso e alle creazioni.
  5. Non ha dei credo, né riguardo agli strumenti e nemmeno alle mode manageriali e sa che quello che si fa in un determinato ambito deve riflettersi nell’ambito complementare. In questo segue i principi del bilanciamento dinamico, ovvero del principio dell’adattamento tramite la gestione attraverso gli opposti, nella simmetria come nella complementarietà [un principio che spiegherò meglio in futuro]. Per fare un esempio frequente, non pensa che le azioni svolte in ambito virtuale (ad esempio su Internet) vada da solo per potenziarsi in rete e che invece quello che si muove nel mondo reale, quello del brick ‘n mortar, sia destinato a restare confinato nel mondo fisico. In questo come in altro ambito segue il principio del biliardo, con il gioco di sponda: non si fanno mai cadere i birilli indirizzando la palla direttamente sul castello, ma si colpiscono un certo numero di sponde e si attivano tutte le biglie possibili perché, colpendosi fra loro, facciano cadere quelle che serve nelle buche mentre buttano giù il maggior numero di birilli possibile.

Ecco perché il leader olistico è un amico per pochi e da pochi riconosciuto, il cui risultato non sarà l’essere famoso o particolarmente amato, ma piuttosto che coloro con cui interagisce si riconoscano fra di loro e nel pensiero che appartiene al loro gruppo, al clan di influenzamento al quale abbiano a cuore di partecipare, costituendo uno stile di pensiero e un’influenza nei valori del mondo in cui si vive.

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